LA RICERCA-SCHEDA TECNICA

Queste ceramiche sono realizzate seguendo un procedimento di assemblaggio di elementi in argilla modellati, essiccati e cotti a 980ºC, per essere poi uniti tra loro con grappe di piombo fuso, colato in canali di giunzione predisposti durante la fase di foggiatura, intendendo cosí riproporre un metodo di "restauro" adottato anticamente dai ceramisti per riparare manufatti in terracotta lesionati. Questo procedimento riparatorio, in grado di ricostituire la funzionalitá di un contenitore lesionato garantendone la tenuta meccanica e l’impermeabilitá proprie del manufatto integro, è documentato da numerosi reperti archeologici e da antiche fonti letterarie, ed è possibile ritenere che fosse frequentemente utilizzato. Un esempio particolare è dato dai 14 grandi contenitori ceramici, chiamati dolia, rinvenuti nel relitto della nave romana naufragata quasi duemila anni fa nel golfo di Diano Marina. Su questi manufatti utilizzati per il trasporto del vino, principale carico di quella nave, sono presenti numerose e talvolta vistose riparazioni, fatte con grappe a coda di rondine di piombo, fuso lungo le fratture. Le evidenti difficoltá costruttive dovute alle notevoli dimensioni di queste giare giustificavano ampiamente gli sforzi che ceramisti dell’epoca mettevano in atto per riparare quei contenitori che nelle varie fasi di costruzione, oppure durante l’uso, potessero subire danni strutturali. Come restauratore presso la Soprintendenza Archeologica della Liguria, ho avuto l’opportunitá di occuparmi dei dolia di Diano Marina, alcuni dei quali recuperati frammentari, durante le varie campagne di scavo che si conclusero con il recupero di tutto il materiale di bordo alla fine degli anni '80. Trattando le problematiche riguardanti il restauro ho avuto modo di considerare questi manufatti, non solo come oggetti archeologici costruiti con grande maestria e rilevante contenuto tecnologico, ma anche come suggestive opere monumentali. All'inizio degli anni '90, ho svolto una mia ricerca sulle modalitá' di applicazione di metallo fuso allo scopo di riunire parti ceramiche frammentate ed empiricamente ho realizzato le mie prime terrecotte assemblate con fusioni in piombo, che ho chiamato genericamente “Frammenti”, sia per la particolare tecnica adottata sia per i contenuti formali, nell’intento di ripercorrere quell'antica esperienza ceramica, da me anche considerata punto di svolta di una personale ricerca estetica.


Frammenti

A Genova nel '93, con la mostra "Frammenti", presentai per la prima volta le sculture in terracotta con fusioni di piombo. In quel contesto, oltre a fornire in una scheda tecnica informazioni riguardanti il metodo costruttivo delle opere, descrivevo le origini della mia ricerca, i motivi del mio lavoro. Da quella mostra riprendo le osservazioni con le quali Franco Sborgi concluse la sua presentazione: "...i tracciati spezzati dalle "grappe", inserite nelle sculture seguendo scrupolosamente l'antico processo tecnico (con un'operazione in cui ha valore evocativo lo stesso atto del "rifare"), assumono peraltro, nelle nuove forme che ne derivano, un carattere di segno che va oltre l'aspetto strettamente funzionale: sono recuperati infatti come fatti grafici a sé stanti, quasi frammenti di un perduto alfabeto, riproposti nell'aspetto autonomo d'immagine, e caricati, di per se stessi, di risonanze arcaiche...". Le mie sculture sono frammentarie, percorse da fenditure, tagli e scanalature che tecnicamente fanno parte di quel procedimento di ricucitura di parti separate che ottengo colando il piombo fuso in quei tagli, in quelle scanalature. Incidendo sull’argilla solchi e linee che con l’avanzare degli utensili si dipanano sulle superfici e trovano quasi autonomamente equilibrio e senso logico in se, predispongo i percorsi che il piombo liquefatto seguirá. Ed è con l’energia del metallo fuso che inserisco quell’elemento di forza che sotto i miei occhi prende forma e fa diventare quei segni linguaggio.


I vetri

Per lungo tempo ho coltivato l’idea di fare qualcosa con il vetro fino a decidermi ad affrontare il problema, spinto dall’urgenza di sperimentare quelle scarse informazioni che avevo potuto raccogliere riguardo alla sua lavorazione, applicandole, pur consapevole di quanto fosse irragionevole lavorare questo affascinante materiale pensando di trattarlo quasi come fosse argilla. Volendo utilizzare materiali cosí diversi nello stesso modo, inizialmente non ero sicuro di potere superare i problemi a cui sarei andato incontro procedendo nel lavoro. Tuttavia mi sembra di avere ottenuto qualche apprezzabile risultato che mi fa pensare di potere proseguire nella mia ricerca, se non altro particolarmente intrigante dal punto di vista della sua realizzazione pratica. Ho sempre utilizzato fin dall’inizio materiale di scarto, riciclando vecchie lastre di vetro e frammenti colorati.


LA NAVE IN FONDO AL MARE 2011

… COSì

Con gli strumenti scientifici dell’archeologia, nel primo Quaderno edito nell’83 dalla Soprintendenza Archeologica della Liguria, in occasione della mostra “Navigia fundo emergunt”, vennero presentati gli esiti dello scavo del relitto della Nave Romana di Diano Marina, fornendo nei minimi dettagli preziose informazioni sul suo ritrovamento e sul recupero dell’eccezionale carico. Per quanto mi riguarda, trovandomi a rovistare in quel cumulo di dati, come a scavare straordinarie radici profonde in una miniera immaginaria, ebbi modo di reinterpretare e trasformare alcuni elementi affioranti da quella affascinante nave porta container, con strumenti e finalità diverse da quelle per cui erano stati raccolti.
…E’ così che gli immaginari modelli archètipi hanno trovato i loro prototipi nella forma in cui sono proposti ora, nello spazio espositivo del Museo del .Mare (non-luogo perfetto), a rappresentare, in una realtà parallela, un nuovo punto di partenza da cui, idealmente, la nave naufragata, perduta per duemila anni e ritrovata nel mare di Liguria, potrà proseguire nel tempo, con il suo equipaggio e gli oggetti di bordo, il viaggio interrotto.


SCORIE

Nella mostra dal 11 al 23 Agosto, 2017 nello spazio espositivo della Sala S. Domenico, in Via Airenti 2, a Dolcedo (Im), espongo insieme a sculture quadri e vetri, alcune ceramiche della serie “Frammenti”, realizzate con prodotti di scarto, “scorie”, derivanti da manufatti di argilla che durante la cottura in forno hanno raggiunto temperature molto elevate e sono rimasti accidentalmente per un tempo prolungato a contatto diretto con il fuoco. Questi materiali sottoposti a un procedimento di cottura irregolare, si possono surriscaldare fino a frantumarsi, bruciare e carbonizzarsi, e i composti terrosi o metallici presenti nell’impasto come la silice l’alluminio e il ferro possono fondersi insieme, e per questo in alcune parti l’argilla quasi come un meteorite che attraversa l’atmosfera, si scioglie come lava vulcanica fino a modificarsi plasticamente diventando scoria, clinker, risultando uno scarto inutilizzabile di vetro e metalli fusi insieme. Premesso che trattare questi resti di fornace come un comune prodotto ceramico così trasformato, diventa difficile da manipolare e utilizzare come materiale su cui attuare i procedimenti di lavorazione della normale ceramica. Tuttavia, contro ogni regola usualmente applicata alla lavorazione dell’argilla, affascinato da questo particolare prodotto di scarto, ho applicato normali pigmenti sulle superfici ceramiche ed ho provato a ricuocere e ad assemblare tra loro con grappe di piombo fuso questi insoliti frammenti.